Nepal: selvaggio, primitivo, rigoglioso e disconnesso. un viaggio con Francesco Perrone.

F&U.: Ciao Francesco! Prima di entrare nei dettagli del tuo incredibile trekking in Nepal, potresti raccontarci un po’ di te e della tua passione per l’avventura e l’esplorazione?
F.: Ciao Fast&Up lovers! Allora, per presentarmi posso cominciare raccontandoti che sono uno di quei fortunati (o forse coraggiosi) che sono riusciti a conciliare la passione con il lavoro. La mia passione per la montagna e il mondo outdoor in generale mi hanno spinto, infatti, a diventare una Guida Alpina. Questo stile di vita mi ha permesso di avere il tempo per esplorare, scoprire e, siccome da cosa nasce cosa, domandarmi alla fine di ogni viaggio: dove andrò dopo? Cosa altro posso scoprire? Fino a dove riesco ad arrivare?
F&U.: Fare trekking in Nepal è una sfida unica. Puoi condividere con noi cosa ti ha spinto a scegliere questa meta per la tua avventura e cosa ti affascina di più del paese himalayano?

F.: Considera che io vivo sulle Alpi, ai piedi del Monte Bianco. Questo porta a due grandi conseguenze: avere quasi nel “giardino di casa” montagne iconiche che persone da tutto il mondo sognano di scalare e una tale varietà di terreni da poter girare una vita intera senza mai fare due volte la stessa cosa. Il rischio è quello di fossilizzarsi in queste zone e non spostarsi molto altrove.

Ma immagina di avere un Monte Bianco con un altro Monte Bianco sopra; ecco, questo è l’Himalaya. Spazi immensi e grandissime montagne. Bisognava andare lì a mettere il naso!
Ciò che mi ha sempre affascinato delle montagne che non conosco è guardarle da lontano e provare ad immaginare da dove si possano salire o scendere. Quando queste montagne sono alte più di 8000 metri, questo “gioco” è surreale.

Mi sono trovato seduto per ore a scrutare i pendii e le creste con il binocolo, immaginando una via di salita.
Inoltre, conoscendo quei luoghi solo per sentito dire da amici o avendone letto sui libri di avventure, ero molto curioso di conoscere la cultura locale.

F&U.: Prepararsi per un trekking in alta quota richiede tempo e dedizione. Puoi raccontarci come hai pianificato la tua preparazione fisica e mentale per affrontare questo viaggio epico?
F.: Considera che ho passato buona parte della mia vita ad allenarmi, fin da piccolo per le gare sulle due ruote e poi per le attività in montagna. Per me lo sport è talmente parte della routine quotidiana che non potrei farne a meno; sarebbe come privarmi della linfa vitale! Tuttavia, un trekking così lungo e così in quota non mi era mai capitato. Ho utilizzato un profilo di allenamento più legato all’endurance a basso volume e lunga distanza. La preparazione mentale per un trekking in alta quota è molto simile a quella che può servire sulle “nostre” montagne nelle traversate di più giorni, conoscere bene il proprio corpo ed avere la tranquillità di essere in grado di poter gestire praticamente qualsiasi tipo di imprevisto. Il Nepal è così, “bistare bistare” (piano piano). Si fa tutto con calma, in parte per una questione culturale, ma soprattutto per questioni legate all’acclimatamento. Il mal di montagna, purtroppo, è un grande nemico dei trekker ed è perennemente in agguato se si sale troppo e troppo in fretta. Continuamente si leggono cartelli che richiamano l’attenzione su questo tema, quindi evidentemente esiste davvero. Il mantra dei veri “himalaysti” è: climb high, sleep low. La ricetta per evitare il mal di montagna è far abituare il corpo alla progressiva privazione di ossigeno.
F&U.: L’alimentazione è fondamentale per mantenere l’energia durante un trekking impegnativo. Come hai gestito la tua dieta durante il viaggio? Hai avuto qualche esperienza culinaria interessante da condividere?

F.: Questo è stato uno dei miei “punti deboli”. Durante l’anno, ho un certo tipo di alimentazione tipicamente sportiva (e come tutti mangio un certo tipo di cibi occidentali). In Nepal, questa cosa cambia e si trasforma in uno spietato vegetarianesimo a base di riso. Amo il riso, ma in Nepal le quantità sono davvero preoccupanti! Inoltre, una delle cose a cui bisogna porre la dovuta attenzione è la carne sopra i 3000 metri. Sì, perché non sempre c’è la corrente elettrica e giustamente ci si domanda: come conserveranno la carne quassù? Ecco, nella risposta è evidente il motivo che mi ha spinto a non mangiarla per evitare problematiche ben più gravi (già avute in passato in viaggi simili per colpa della carne), ma di lì un dubbio: come colmare quella mancanza di nutrienti? L’unica alternativa era il Daal, la zuppa di lenticchie da abbinare rigorosamente al riso e a un po’ di verdure.

Ammetto di aver fatto molta fatica ad abituarmi a questo regime alimentare. Ho perso parecchio peso, ma ho sempre avuto abbastanza energia a disposizione.

Capitolo acqua: filtrata o bollita? Questo è stato uno dei punti problematici del trekking. Ci sono persone che comprano acqua in bottiglia di plastica nei microscopici punti di ristoro lungo l’itinerario o la caricano in spalla ai portatori. Io la ritengo una cosa eticamente ed ambientalmente non accettabile, ma allo stesso tempo non possiamo berla come esce dal tubo che spunta nel prato o dal torrente, tantomeno quella bollita priva di sali!

Ho adottato la strategia del filtraggio. Ho utilizzato una borraccia filtrante diversa dalle tradizionali con il filtro nel beccuccio. Riempivo il contenitore esterno e inserivo quello interno a pressione. La pressione generata da questa operazione faceva passare l’acqua attraverso questo filtro con altissimo potere antibatterico, garantendo una purificazione oltre il 99%. A questo punto potevo arricchire l’acqua con i sali o scaldarla per fare il tè.

F&U.: Durante l’avventura, hai utilizzato i prodotti Fast And Up? Se sì, come ti hanno aiutato a mantenere le prestazioni ottimali e l’energia durante le lunghe giornate di cammino?
F.: Non solo li ho utilizzati, li ho letteralmente esauriti! Avevo fatto un calcolo di quanti ne avrei avuti bisogno ed ho finito tutto. I tubetti Reload mi hanno permesso di sciogliere le pasticche nell’acqua appena filtrata o bollita e renderla un grande supporto per recuperare i liquidi persi. Ho poi usato il multivitaminico ogni mattina per sopperire alle colazioni molto povere e mi ero portato dei gel fast energy qualora avessi avuto bisogno di una carica ulteriore in momenti particolarmente duri. Tutti molto digeribili e fondamentali per l’acqua insapore o, peggio ancora, appena bollita.
F&U.: Oltre alle sfide, ci saranno stati momenti di pura meraviglia durante il trekking. Puoi raccontarci un’esperienza particolarmente memorabile o uno scenario mozzafiato che hai incontrato lungo il percorso?
F.: Una delle viste più emozionanti l’ho avuta verso la fine del giro, quando durante un’alba è apparso il Dhaulagiri imponente davanti a me. Era tutto in ombra, tranne questa montagna immensa e una “stupa” nepalese, un tipico monumento votivo. Ma ogni nuovo scorcio risalendo le valli è stato davvero unico.
F&U.: Infine, hai qualche consiglio o ispirazione da condividere con chi sogna di intraprendere una simile avventura in Nepal? Cosa vorresti dire a chi aspira a esplorare le bellezze di questa regione affascinante?
F.: Di pianificare tutto con cura, farsi un’idea precisa di cosa lo aspetta e stravolgere tutto appena arrivati là. Davvero, non vi renderete conto fino a che non ci sarete andati di quanto possa essere sorprendente questa regione. Selvaggia, primitiva, rigogliosa, disconnessa.

F&U.: Grazie mille a Francesco per aver condiviso con noi la sua incredibile esperienza di trekking in Nepal! La sua passione per la montagna e il suo spirito avventuroso sono di grande ispirazione.

Il Team Fast & Up 🧡

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